Investimento mortale in corso Italia, l’arrestato racconta: «Non è stato volontario, non ci vedevo», ma le telecamere lo smentiscono

Vincenzo Rametta ha detto di non avere visto Edoardo Corrieri per il bruciore agli occhi causato dallo spray urticante spruzzato da una ragazza che la vittima aveva appena difeso e di essere salito in auto solo per fuggire. Ma le immagini, i testimoni e gli accertamenti sanitari raccontano una storia diversa

Quaranta secondi. Tanto basta, secondo gli atti, per trasformare una corsa, una lite, una fuga e una sterzata in una tragedia senza ritorno. In corso Italia, davanti alla zona di San Giuliano, Edoardo Corrieri è stato travolto e ucciso da un’auto. Alla guida c’era un suo coetaneo, Vincenzo Rametta, 28 anni, che pochi minuti dopo si è presentato agli agenti della polizia di Stato davanti al Baretto. Ha detto di non averlo fatto apposta, di essere salito in macchina perché si sentiva inseguito, di avere avuto gli occhi irritati dallo spray che gli era stato spruzzato addosso e di non avere visto Edoardo sulla strada. Una spiegazione affidata alle prime parole dette a caldo, quando l’impatto era appena avvenuto e la città stava ancora cercando di capire che cosa fosse successo.

Poi sono arrivati i video, i testimoni, i referti. E la versione di Rametta, secondo quanto emerge dall’ordinanza firmata dalla giudice per le indagini preliminari Maria Antonia Di Lazzaro, ha cominciato a perdere consistenza. Nessun accertamento medico, viene rilevato, documenterebbe lesioni o problemi agli occhi compatibili con quanto riferito dall’indagato. E anche l’idea che Edoardo Corrieri fosse in mezzo alla carreggiata, comparso davanti all’auto senza essere visto, sarebbe smentita dalle immagini e dalle testimonianze raccolte.

La scena decisiva è stata ripresa dal sistema di videosorveglianza dei carabinieri del nucleo Tutela Patrimonio Culturale, che ha sede nell’abbazia di San Giuliano. Nella sequenza si vede Vincenzo Rametta correre sul lato monte di corso Italia, in direzione levante, verso la sua auto, parcheggiata poco oltre, dietro una curva e fuori dal campo della telecamera. Dietro di lui c’è Edoardo Corrieri, che corre lungo il parcheggio vuoto. Poi il veicolo ricompare, procede a velocità sostenuta, sterza verso destra e lo travolge. L’urto fa volare la vittima per alcuni metri.
Sono immagini che pesano perché non hanno il tremore della memoria, non hanno paura, non hanno giustificazioni. Registrano soltanto ciò che accade. Ed è attorno a quella sequenza che si sta costruendo la ricostruzione dell’inchiesta. La giudice, nell’ordinanza, parla di una condotta di “inopinata violenza” nei confronti di un giovane nemmeno conosciuto. Una formula asciutta, giudiziaria, ma dentro c’è tutto lo strappo di una vita spezzata in pochi istanti.
Dopo l’investimento, Rametta ha continuato a guidare per circa 500 metri. Agli agenti avrebbe detto di essere andato in panico e di avere poi deciso di tornare indietro. Otto minuti dopo l’impatto si è costituito. Nell’interrogatorio di convalida, assistito dall’avvocato Stefano Ganci, si è avvalso della facoltà di non rispondere, dicendosi sconvolto per quanto accaduto. Si trova ancora nel carcere di Marassi, ma la giudice per le indagini preliminari Maria Antonia Di Lazzaro ha disposto per lui gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico.
Resta il dolore per Edoardo Corrieri, rimasto a terra in una delle strade più frequentate di Genova, in un luogo che per molti è passeggiata, mare, traffico, quotidianità. E resta la distanza tra le parole dette subito dopo e ciò che gli atti sembrano restituire. Vincenzo Rametta sostiene di non avere voluto uccidere, di non avere visto, di avere cercato soltanto di scappare. Ma, per gli inquirenti, quei 40 secondi ripresi dalla telecamera raccontano un’altra storia, una storia che ora dovrà essere vagliata fino in fondo dall’autorità giudiziaria.
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